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E così cresce l’impegno civile

Non era solo una voglia di partire: era tutto un modo di essere, di interessarsi al mondo, di aprirsi alle discussioni sulla non violenza, sulle ingiustizie, sull’impegno civile. Per noi questo modo di pensare era legato sia alla nostra fede religiosa sia alla nostra sensibilità politica: credevamo che fosse un dovere etico e morale aiutare gli altri, vicini o lontani che fossero. Poi abbiamo capito che chi parte viene trasformato, che si riceve molto di più di quanto si dà.

Giustizia in cielo e in terra

Quando ci siamo sposati avevamo scelto di leggere il passo del Giudizio Universale dal Vangelo di Matteo, che per noi parlava di giustizia sociale: volevamo mettere in pratica coerentemente la nostra motivazione di fede religiosa. Andavamo agli incontri mensili al Convento del Bigorio, facevamo formazioni più lunghe in Svizzera francese. Erano esperienze di fede vissuta, molto diverse da quelle che avevamo conosciuto noi nella Chiesa tradizionale negli anni della nostra infanzia e giovinezza. Sapevamo che in America Latina c’era una forma di cristianesimo operativo nel mondo civile che ci stimolava e ci invogliava a conoscerlo da vicino. All’epoca, la maggior parte dei giovani che partiva andava in Africa. Noi eravamo un’eccezione. Abbiamo ricevuto due proposte, una in Senegal e l’altra in Perù.

Anni Settanta. Un momento della vita comunitaria che si svolgeva durante le formazioni al Convento del Bigorio.
Anni Settanta. Un momento della vita comunitaria che si svolgeva durante le formazioni al Convento del Bigorio.

Abbiamo scelto la seconda, un po’ perché il caldo ci faceva più paura dell’altezza delle montagne e un po’ perché il lavoro offerto in Perù ci sembrava più interessante. Credevamo anche che andare tra i “latini” ci portasse in un luogo più simile a ciò che conoscevamo... però ci siamo ritrovati comunque in un altro mondo.

Perù

Abbiamo viaggiato in nave: era il mezzo con il costo minore e inoltre avevamo parecchio materiale (tra cui un’auto) da portare sul posto. Partiti da Genova, dopo la traversata dell’oceano, siamo giunti in Venezuela, poi abbiamo navigato il Canale di Panama, costeggiato la Colombia, l’Ecuador fino ad arrivare in Perù: 25 giorni che ci hanno permesso di avvicinarci progressivamente e di evitare quello choc che a volte provoca un viaggio aereo. Una volta là abbiamo subito iniziato la nostra trasformazione.


«È cambiata la nostra visione del mondo, della realtà; il nostro impegno nella Chiesa e nella società diventava più intenso.»


Siamo finiti all’interno di una comunità di montagna a 3700 metri che lavorava la lana grezza di alpaca e poi la vendeva ricavandoci un magrissimo guadagno.

Il progetto si divideva in due: da una parte lavoravamo per migliorare l’alimentazione dei membri della comunità, dall’altra per migliorare le loro condizioni di produttori di lana. Nei tre anni in cui siamo rimasti lì abbiamo cominciato a realizzare tessuti per vendere la stoffa, le sciarpe, le borse con la lana filata di alpaca. Le strutture agricole sono state migliorate, il nostro toro di razza era ambito da tutta la regione. Le case erano di paglia, faceva freddo e c’era la tubercolosi. C’era un centro femminile dove si coltivavano ortaggi e si imparavano le basi di un’educazione all’igiene e alla cura dei figli. C’erano insegnanti locali che parlavano quechua e che formavano altri contadini che poi tornavano nei propri villaggi e proseguivano la sensibilizzazione dei loro compaesani. Noi lavoravamo nell’amministrazione, cercavamo di trovare fondi per la gestione dei progetti.

Mentre eravamo lì, è nato il primo dei nostri tre figli, a Lima, a nove ore di macchina dal villaggio di montagna dove vivevamo. Avevamo poco e stavamo bene... La posta là funzionava benissimo. Abbiamo sempre ricevuto il Giornale del Popolo con solo una settimana di differenza. Per le emergenze invece c’era una radio a 20 chilometri da casa nostra. Nel villaggio hanno messo il telefono tre mesi prima della nostra partenza.

Le botteghe del mondo

Il rientro è forse la parte più difficile: qui vai al supermercato e ti trovi davanti un reparto intero di alimenti per gli animali domestici, scaffali e scaffali con decine di tipi di pane diversi... sembrava di parlare un’altra lingua e di non capire più quella locale.


«Visto che inserirsi nella società come se niente fosse era impossibile, ci siamo trovati a un bivio: potevamo isolarci, andando a vivere in una valle e cercando di vivere più o meno in autarchia, coerenti con i nostri principi; oppure dovevamo trovare un modo per mantenere un impegno sociale e restare “dentro”».

Abbiamo scelto quest’ultima variante. Animavamo conferenze, raccontavamo la nostra esperienza e invitavamo a casa nostra persone del Sud del mondo che arrivavano qui in Ticino. La politica, anche, è stata importante. Abbiamo capito che acquistare bene, votare bene, accendere le discussioni, esprimere un’opinione erano tutte azioni utili alla società. Soprattutto abbiamo deciso che dovevamo dare uno sbocco ai prodotti di lana d’alpaca della nostra comunità peruviana. Nella Svizzera francese c’erano già i Magasins du monde: noi abbiamo fondato in Ticino e a Poschiavo le Botteghe del Mondo, con i manufatti peruviani e altri prodotti di artigianato del Sud del mondo. All’inizio le avevamo chiamate Prodotti Terzo Mondo e li vendevamo nella nostra cantina, poi siamo arrivati a 14 filiali nel 1994, con programmi occupazionali e tanto volontariato. Ci interessava poter vendere merce che arrivava da lontano ma di cui conoscevamo tutta la filiera; bisognava fare il lavoro di informazione sul perché dei prezzi, su chi coltivava, chi elaborava, chi commerciava... negli anni Settanta e Ottanta era una novità.


«Sappiamo che qualcuna delle persone che abbiamo conosciuto ha messo in atto qualche insegnamento ricevuto al centro, quando funzionava. Un piccolo seme è stato piantato anche là. Ma soprattutto sono le nostre piante, quelle dentro di noi, che sono germogliate».


Il testo, adattato da Anna Maspoli, è tratto dal libro "Inter-Agire: Storie di questo mondo. Cinquant’anni di cooperazione raccontati da chi li ha vissuti" di Sara Rossi Guidicelli. 

Ritratti fotografici di Diana Scarpellini e Roberto Colombi. 

Luca e Silvana Buzzi

Silvana e Luca Buzzi, settima e ottavo a partire con Inter-Agire, hanno lavorato come cooperanti dal 1973 al 1976. Al loro ritorno in Ticino hanno fondato le Botteghe del Mondo.

 

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