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30.07.2020 | Bolivia, Diritti umani e democrazia

Tra allentamenti e chiusure, i progetti continuano

Per chi vive nel sud del mondo da espatriato l’emergenza Covid-19 sembra essere ancora più lunga poiché già da febbraio abbiamo iniziato a seguire le notizie che arrivavano dall’ Europa e a preoccuparci per le nostre famiglie, ed ora tocca invece a noi essere nell’occhio del ciclone.

Innanzitutto ci teniamo a farvi sapere che ancora una volta COMUNDO si è rivelata attenta e presente, in particolare attraverso la coordinatrice sul posto, Marta, che si è sempre dimostrata disponibile, ben informata e all’ascolto. Abbiamo svolto diverse riunioni sia con lei che con la sede di Lucerna, durante le quali abbiamo potuto scambiare impressioni, stati d’animo e strategie per far fronte alla situazione. Inoltre tra cooperanti ci siamo sostenuti, attraverso messaggi, scambi di articoli o video interessanti, ricette di cucina e consigli per dare vita ad un orto urbano.

La situazione resta preoccupante

Volendo riassumere gli ultimi quattro mesi della nostra vita boliviana, possiamo dirvi che a Cochabamba siamo in quarantena ormai dalla metà di marzo e che questa è stata per la maggior parte del tempo totale e rigida, ossia con la possibilità di uscire una sola volta alla settimana per poche ore ed esclusivamente per acquistare prodotti di prima necessità. Dopo circa 100 giorni di questa prima fase, vista l’evidente difficoltà nel continuare a rispettare le norme particolarmente rigide, si è optato per la messa in pratica di una quarantena dinamica, caratterizzata dalla possibilità di uscire durante le ore diurne, weekend escluso, e la ripresa di diverse attività economiche. Ma il forte aumento dei casi e l’ulteriore collasso del sistema sa-nitario hanno fatto sì che da inizio luglio Cochabamba sia nuovamente entrata in un regime di quarantena rigida, con questa volta regole ancora più restrittive.

Ad oggi la situazione in tutta la Bolivia appare molto preoccupante, in particolare a causa di un sistema sanitario catastrofico e a due velocità che non funziona neanche in tempi normali, dell’assenza di politiche pubbliche adeguate, della corruzione, del mancato rispetto delle norme e dell’assenza di dati che rispecchino la reale entità del problema. 

Purtroppo il virus si avvicina a ognuno di noi…

Alcuni colleghi non hanno mai smesso di lavorare per raggiungere le persone più vulnerabili con mezzi di prima necessità
Alcuni colleghi non hanno mai smesso di lavorare per raggiungere le persone più vulnerabili con mezzi di prima necessità

Negli ultimi giorni si sono registrati alcuni casi di colleghi e colleghe della Fondazione che hanno contratto il virus, fortunatamente in maniera leggera, ma diversi di loro hanno già perso dei famigliari. Se prima si trattava di numeri lontani che aumentavano ogni giorno, ora è sempre più frequente conoscere persone direttamente toccate dal COVID-19. In città si registrano diversi casi di persone morte per strada mentre peregrinavano da un ospedale all’altro in cerca di aiuto, famiglie costrette a convivere in casa con i cadaveri per oltre una settimana nell’attesa che le onoranze funebri ormai al collasso (così come il forno crematorio e il cimitero) vadano a recuperarle, ritardi di almeno venti giorni nei risultati dei test, manifestazioni e rivendicazioni sociali sempre più tese e la richieste di diversi settori delle dimissioni immediate del sindaco e altre autorità regionali.

La barca non è la stessa per tutti

Come in molti altri luoghi del mondo, anche qui l’emergenza del COVID-19 ha accentuato le discriminazioni e disuguaglianze esistenti. La popolazione si chiuderebbe volentieri in casa ad aspettare che tutto finisca, ma in Bolivia circa il 70% delle persone vive di economia informale e di piccoli guadagni racimolati quotidianamente, non tutti hanno accesso all’acqua e a servizi igienici dignitosi, molte famiglie di 6-7 persone vivono in due stanze senza finestre, inoltre la violenza sulle donne e l’abuso sessuale su minori continuano ad aumentare. Di conseguenza gli slogan che presentano la casa come il luogo più sicuro dove rifugiarsi e colpevolizzano chi non rimane in casa, qui non trovano molto riscontro, almeno per una parte della popolazione.

Gli appelli a restare in casa non sempre possono essere rispettati…
Gli appelli a restare in casa non sempre possono essere rispettati…

Evidentemente, anche se a volte fa più comodo crederlo, non siamo tutti sulla stessa barca, non lo siamo mai stati, e lo siamo ancora meno di fronte ad una crisi come quella in corso. La barca svizzera non è uguale a quella boliviana, la nostra barca di cooperanti non è uguale a quella dei miei colleghi e colleghe della Fondazione, e la barca dei miei colleghi non è uguale a quella delle persone in situazione di strada e di molte famiglie che vivono in condizioni precarie. 

Reinventarsi nell’emergenza

Tra le attività programmate prima dell’emergenza per il COVID-19 vi era una formazione dedicata al tema del genere indirizzata al personale del progetto FENIX (centro di accoglienza diurno per bambine, bambini, adolescenti e le loro famiglie di una zona particolarmente vulnerabile della città). Vista la situazione, in accordo con la responsabile, abbiamo pensato di trasformarla in un incontro via Skype.

Trasformando una formazione in presenza in incontro virtuale: una sfida!
Trasformando una formazione in presenza in incontro virtuale: una sfida!

Si trattava della prima volta per me e quindi inizialmente ero molto preoccupata e già mi vedevo alle prese con i classici problemi tecnici, la caduta della linea, i video che non partono ed io che balbetto cercando di catturare l’attenzione. Fortunatamente questo scenario, che ammetto essere stato esageratamente pessimista, non si è avverato e la presentazione è andata bene. La presenza e la partecipazione molto attiva di diversi colleghi uomini è stata molto interessante e ha arricchito il dibattito su tematiche che, a mio parere erroneamente, si crede debbano essere affrontante solo tra donne. Inoltre, incontrarsi in maniera virtuale, essere distanti e non guardarsi direttamente negli occhi ha permesso di abbassare un po’ le difese che a volte ci impediscono di condividere aspetti molto personali o limitano la nostra sincerità. La “protezione” che ci regala lo schermo, molte volte sfruttata in maniera negativa, in questo caso ha prodotto un effetto positivo inatteso in cui anche chi solitamente partecipa poco ha trovato il suo spazio per esprimersi.

La storia di David: un diploma da appendere al muro

Nell’ambito del progetto PROTEJERES (lavoro di identificazione e sensibilizzazione di possibili vittime di tratta o sfruttamento sessuale minorile all’interno dei gruppi di persone in situazione di strada) il 2019 è stato ricco di attività e soddisfazioni. Si tratta per me di un progetto particolarmente interessante e nel quale riesco ad intercambiare e mettere in pratica le mie conoscenze grazie ad un’equipe di lavoro molto aperta e dinamica.

David ha un bel sorriso e una lunga cicatrice in faccia, e da subito si è rivelato un protagonista importante della maggior parte degli incontri di sensibilizzazione che abbiamo proposto lo scorso anno. Sin da bambino David ha trascorso molto tempo in strada, ha sicuramente passato più tempo nelle vie della città che sui banchi di scuola, perché per molte famiglie l’educazione rimane un lusso, soprattutto quando l’aiuto di un figlio rappresenta un’opportunità in più per guadagnare qualche soldo.

Quando sua mamma muore a causa di un cancro, David si ritrova a 10 anni orfano e solo, dal momento che non ha mai conosciuto suo padre. Dopo un periodo a casa degli zii, inizia a trascorrere sempre più tempo in strada, soprattutto a causa delle violenze che subisce e della solitudine che prova.

Inizia così a vivere per strada, in un gruppo formato soprattutto da bambini e adolescenti, in cui l’unica persona maggiorenne era il leader che insegnava loro a rubare e li iniziava al consumo di alcool e droghe in cambio di protezione. A 13 anni David aveva già alle spalle un passato difficilissimo e l’etichetta di delinquente.

I miei colleghi lo conoscono da quando era molto giovane e da sempre hanno riconosciuto in lui una particolare sensibilità ed intelligenza, senza per questo negare le grosse difficoltà e le situazioni anche molto negative in cui spesso si è ritrovato. L’hanno seguito e accompagnato, anche da molto vicino, fino a quando verso i 16 anni ha deciso di entrare in un centro d’accoglienza. Ora, a 21 anni, David non dorme più per strada, convive con la sua ragazza in una piccola stanza in affitto e guadagna qualche soldo con lavoretti saltuari come muratore. Certo, non si tratta di un cambiamento di vita radicale poiché continua a frequentare il gruppo in situazione di strada e il problema di dipendenza non è risolto, anche se è riuscito a passare da un consumo di tipo aggressivo ad uno più saltuario.

David riceve il suo diploma dal Direttore della Fundación Estrelals en la Calle
David riceve il suo diploma dal Direttore della Fundación Estrelals en la Calle

Chi lavora in ambito sociale sa bene quanto sforzo possa rappresentare questo cambiamento e come sia importante valorizzare i piccoli, ma saldi, passi avanti. La sensibilità e l’intelligenza che i miei colleghi hanno sempre trovato in David, anche nei suoi periodi più bui, ora sono ancora più evidenti e ne ho avuto prova anche io durante le attività dell’anno scorso. Il suo ruolo di leader positivo ha avuto una grande influenza su tutto il gruppo, la sua partecipazione ha dato il coraggio ad altri di esprimere le proprie opinioni, le sue battute hanno alleggerito le situazioni più delicate e i suoi racconti sono stati sicuramente d’ispirazione per alcuni. Certo, qualche volta ci ha anche bidonati, ha trattato male la sua compagna e ha fatto lo sbruffone, ma questo fa parte del gioco.

Durante la piccola cerimonia di consegna dei diplomi la sua compagna ha ringraziato per aver aiutato David a capire che la violenza non è mai la soluzione, raccontando che questo ha migliorato la vita di entrambi. Quando è arrivato il momento di consegnare a David il diploma, dopo la foto di rito con il Direttore della Fondazione, mi ha chiesto se fosse possibile avere anche una cornice, perché quello era il suo primo diploma e gli sarebbe piaciuto appenderlo al muro, come si vede fare nei film.

 

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Di Lisa Macconi | 30 luglio 2020 | Bolivia

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Lisa Macconi

sociologa

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La sociologa Lisa Macconi, al suo secondo interscambio in Bolivia, sostiene a Cochabamba un'organizzazione che vuole migliorare la qualità di vita della popolazione di strada, utilizzando un approccio multidisciplinare, allo scopo di reinserire le persone all'interno della società o riavvicinarle al nucleo famigliare.

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