Perù: l'arroganza delle multinazionali
La multinazionale svizzera Glencore investe milioni per cercare di migliorare la sua immagine. Non cambiano però le pratiche irrispettose dei diritti delle popolazioni indigene. Per questo Comundo resta vigile.
Nella provincia di Espinar, nel sud del Perù, l’estrazione di rame rappresenta al tempo stesso una promessa economica e una fonte di profonde ingiustizie sociali e ambientali. È in questo contesto complesso che si inserisce il mio lavoro di cooperante a sostegno di organizzazioni locali che lottano per un’attività mineraria più responsabile.
Un ampliamento voluto dagli azionisti, ma temuto dalle popolazioni indigene
Al centro delle tensioni vi è la miniera di Antapaccay, gestita dalla multinazionale Glencore, che prevede un’importante espansione che garantirà l’estrazione per i prossimi 40 anni, almeno. Il progetto (presentato a una conferenza per gli azionisti a dicembre del 2025 come “Molto facile: molto presto inizieremo a scavare, scavare, scavare”) mira a raddoppiare la produzione e prolungare l’attività estrattiva per decenni, ma solleva gravi preoccupazioni per le comunità indigene, in particolare per i popoli di lingua quechua K’ana, storicamente legati a queste terre.
Uno dei problemi principali riguarda l’acquisizione delle terre. Due comunità – Pacopata e Huini Coroccohuayco – rischiano lo spostamento forzato senza un processo di consultazione adeguato. Secondo gli standard internazionali, le popolazioni indigene hanno diritto a un consenso libero, previo e informato, nonché a compensazioni che garantiscano condizioni di vita equivalenti o migliori. Tuttavia, le negoziazioni avvengono in modo poco trasparente, senza osservatori indipendenti e con pressioni sui leader locali.
Nessuno crede più alla “favola della mineralizzazione naturale”
Parallelamente, la regione soffre da anni di un grave inquinamento ambientale, che Glencore si ostina a definire ancora come “mineralizzazione naturale”, nonostante lo Stato peruviano abbia prodotto uno degli studi di causalità più approfonditi di sempre (a livello internazionale!), che dimostra che la miniera è fonte di contaminazione. L’alta qualità di tale studio è stata anche confermata dallo specialista indipendente in materia Bernhard Wehrli del Politecnico federale di Zurigo, secondo cui vi è una chiara relazione di causa-effetto tra le attività minerarie nella zona e l’inquinamento idrico legato all’estrazione mineraria.
Le prove che la miniera sia responsabile del grave problema di inquinamento a Espinar sono schiaccianti, tanto che nell’ottobre del 2025 Glencore è stata multata dall’OEFA (Organismo de Evaluación y Fiscalización Ambiental, Organismo di Valutazione e Controllo Ambientale) con 5,5 milioni di soles (1,6 milioni di dollari) per l’inquinamento atmosferico causato dalla polvere nella fossa sud della sua miniera Antapaccay. Si tratta di una delle multe ambientali più elevate comminate dall’OEFA. Glencore è inoltre attualmente soggetta a un procedimento giudiziario avviato dalla Piattaforma delle persone colpite dai metalli pesanti tossici di Espinar per cui si stanno finalmente tenendo le prime udienze proprio in queste settimane.
Dividi et impera: la strategia di Glencore è chiara
La strategia messa in atto dalla multinazionale finora è stata di negare le proprie responsabilità, mettendo in dubbio la professionalità degli studi e minimizzando le rivendicazioni delle popolazioni indigene. Ora però sarebbe necessario un intervento rapido, perché le conseguenze per la popolazione sono drammatiche: perdita di bestiame, difficoltà nell’agricoltura, mancanza di accesso a servizi di base. È evidente anche la volontà di rendere difficile una risposta collettiva da parte della popolazione indigena, favorendo alcuni gruppi a discapito di altri e creando così un clima di sfiducia e frammentazione.
Forse è il momento di una svolta?
È possibile che, nella sede centrale di Glencore a Zugo, in Svizzera, si capisca che è necessario un cambio di atteggiamento nei confronti della sua filiale Antapaccay, che finora ha goduto di molta (troppa?) autonomia nelle sue decisioni: all’improvviso da parte della multinazionale vi è infatti la disponibilità di rinegoziare l’”Accordo quadro” con la provincia di Espinar, rivendicazione popolare di lunga data. Tuttavia, dopo anni di malafede nei negoziati con la provincia, è difficile fidarsi delle loro buone intenzioni. Sono necessarie misure concrete come riconoscere i danni e offrire delle indennizzazioni; rispettare gli accordi presi; rendere pubblici i dati di monitoraggio ambientale; proteggere lo spazio civico e le voci critiche.
Il mio lavoro contribuisce a dare voce alle comunità. Thomas Niederberger, cooperante di Comundo
È qui che entra in gioco il lavoro di Comundo e dei suoi cooperanti. Attraverso il rafforzamento delle organizzazioni locali e la promozione dei diritti umani, contribuiamo a dare voce alle comunità. L’obiettivo è migliorare concretamente le condizioni di vita e favorire un dialogo più equo tra popolazione, autorità e imprese. Resta vero, in gran parte, che la popolazione di Espinar non si oppone in modo radicale alla miniera; di fatto, questo significa che c'è una buona base per raggiungere accordi, se affrontata in buona fede e con la volontà di offrire una partecipazione equa ai benefici record attesi dal boom del rame.
Di Thomas Niederberger | 28 aprile 2026 | Peru
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