Mamma, cosa vuol dire commercio equo?

Monica Marchetti è ingegnere ambientale ed è stata cooperante in Nicaragua una quindicina d’anni fa. I frutti di quell’esperienza si vedono ancora oggi nella vita quotidiana con la sua famiglia.

monica marchetti, ex-cooperante, nicaragua, cartabianca la rivista, agosto 2019

Il Nicaragua in casa di Monica Marchetti e Rinaldo Jörg è evocato con spontaneità. Del resto, è proprio lì che i due si sono conosciuti: Monica vi era tornata per le ferie a un anno dalla fine del suo interscambio e ha portato del materiale medico a Rinaldo, in quel momento imegnato come candidato medico in un progetto di cooperazione e sviluppo con un’altra ONG ticinese, AMCA. Da allora non ci sono più tornati, ma lo faranno sicuramente, anche per far conoscere ai loro tre figli (Lorenzo, 9 anni, Giulio 7 e Flora 4) il paese di cui i ragazzi sentono spesso parlare.

Era il 2004 quando Monica, ingegnere ambientale fresca di laurea, valuta seriamente la possibilità di partire per un interscambio professionale. Ci racconta che, durante gli studi all’EPFL di Losanna, era circondata da persone che erano attratte dalla cooperazione allo sviluppo e che sognavano di lavorare un giorno per la Croce Rossa o per l’ONU. Lei al contrario non aveva una “vocazione” per questo mondo: l’occasione è arrivata grazie a un contatto personale. «Durante un fine settimana in cui facevo volontariato per il WWF, ho conosciuto Antonella Borsari che allora presiedeva l’associazione Inter-Agire – associazione pilastro di COMUNDO, assieme alla BMI, ndr –. Mi era parsa subito una ONG seria, competente, degna di fi ducia, con un ottimo accompagnamento, un’atmosfera famigliare e una proposta di progetto che faceva al caso mio. Insomma, tutto combaciava e sei mesi dopo ero pronta per partire!».

In Nicaragua Monica sosteneva il Centro Alexander Von Humboldt di Managua, dove si è occupata di un progetto legato all’uso e alla manutenzione dei pozzi d’acqua e dei bacini, collaborando anche a campagne di sensibilizzazione sull’igiene ambientale, la salute e l’importanza dell’acqua. Durante quei mesi, Monica ha anche giocato a basket nella squadra femminile locale, un’esperienza importantissima a livello integrativo: «Nella squadra c’erano molte donne che facevano grossi sacrifici per venire agli allenamenti e alle partite: studentesse e impiegate, ma anche lavoratrici informali, ragazze madri, madri sole. Insomma, una bella varietà rispetto a quello che vivevo nel contesto professionale, dove mi confrontavo molto più spesso con uomini e con colleghi con un tenore di vita simile al mio. Le storie di vita, la dedizione e la generosità delle mie compagne di squadra mi hanno molto toccata».

Un anno dopo, alla fine dello stage, Monica è rientrata in Svizzera e ha trovato un posto di dottorato a Zurigo nell’ambito della protezione e decontaminazione del suolo. Lontana, dunque, dalla cooperazione allo sviluppo. «Solo in un certo senso – precisa –. Qualcosa dentro di me era cambiato profondamente. Come spesso succede ai cooperanti quando tornano, ho avuto difficoltà a riambientarmi, ad adattarmi al ritmo frenetico, all’abbondanza di stimoli e di “cose”, in generale. Mi mancava la semplicità della vita nicaraguense. E ho cercato di conservare qualcosa nel mio comportamento di consumatrice e cittadina». Nei primi mesi, dovendosi trasferire a Zurigo e vivendo in una sola camera con pochi mobili, è stato naturale adottare uno stile “minimalista”.

Ma qualcosa è rimasto anche dopo: «Penso spesso a cosa mi ha portato quell’anno in Nicaragua, e anche se non è stato niente di eclatante – non ho continuato a lavorare per la cooperazione internazionale allo sviluppo, ad esempio – sento che mi ha cambiata nel profondo. È stato un anno che ha dato e sta dando ancora molti frutti: ha rafforzato alcune mie convinzioni e portato nuovi punti di vista. La volontà di guardare oltre il proprio giardino e capire le dinamiche complesse del nostro mondo. L’interesse per altre realtà, non per forza migliori o peggiori della nostra, ma semplicemente diverse. Apprezzare la sicurezza, la tranquillità. Essere consapevole della fortuna di vivere la vita che viviamo. La consapevolezza è stata proprio un dono di questo interscambio!».

Lo si vede nella routine di tutti i giorni, ma anche nelle scelte di vita importanti, ci spiega Monica: «Da quando abbiamo lasciato il Ticino quattro anni fa, abitiamo nella zona residenziale di Wattwil, in una casetta a schiera di quelle che un tempo erano destinate agli operai dell’industria tessile. Quando cercavamo casa, ci eravamo stupiti che questa, in cui ora viviamo in cinque, fosse descritta come ideale per una coppia: per noi va benissimo!». Come mezzo di trasporto la famiglia ha scelto un furgoncino capiente, ma certamente non di lusso, o più spesso il treno. Per la spesa prediligono i prodotti biologici e se possibile locali.

Ai bambini spiegano che è meglio non avere troppe cose e che bisogna stare attenti alla provenienza di ciò che si compra: «Quando al supermercato ci sono le banane del commercio equo che vengono dal Nicaragua, è logico che le prendono al volo: sanno riconoscere i prodotti col marchio del commercio equo!». E non è che l’inizio: «Poi cominciano le domande: cosa vuol dire davvero “commercio equo”? Perché alcune persone non guadagnano abbastanza anche se lavorano tanto? Cosa sono le discriminazioni? Perché alcuni bambini non possono andare a scuola? eccetera. Ecco, si può dire che a casa nostra si parla tanto di giustizia sociale!»

Testo di Priscilla De Lima pubblicato sul numero di agosto 2019 di Cartabianca - la Rivista

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