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29.04.2020 | Filippine, Diritti umani e democrazia

I cambiamenti sono necessari

Tutti ci pensano, quindi è inutile cercare di evitarlo: il Coronavirus ha stravolto la routine di tutti a livello planetario. Ma se guardiamo oltre, ci rendiamo conto delle forme di solidarietà e di produzione che stanno continuando, nonostante tutto. Testimonianza dalle Filippine della cooperante Sara Imperatori

Oggi vi scrivo con la consapevolezza che la vostra quotidianità si sarà completamente stravolta nelle ultime settimane. Di questo ne sono certa e spero che nonostante le difficoltà, ne abbiate saputo cogliere l’aspetto positivo. 
Specialmente in un momento come questo, è però utile ricordarsi che i cambiamenti sono necessari e inevitabili, e noi siamo chiamati ad adattarci. In realtà nel cambiamento giace anche una grande speranza. Nel caso di Comundo, con la sua fusione a Interteam a inizio 2020, sono nate nuove opportunità per gli interessati a partire, e nuovi sistemi che si spera aiutino a creare progetti sostenibili. 

Lottare per la difesa dei popoli indigeni

Il mio progetto fa parte del lavoro svolto dal Vicariato Apostolico di Bontoc-Lagawe, e si concentra sui giovani. Vi è però un settore che si occupa dell’azione sociale e che in diversi modi si impegna a lottare per i diritti delle persone indigene e del loro territorio, ma anche a rafforzare gruppi di persone vulnerabili offrendo formazione e modelli di organizzazione per le comunità contadine. 
Il progetto Alay Kapwa, che in Tagalog, la lingua nazionale, significa “aiutare il vicino”, fa proprio parte dell’azione sociale e ha come scopo principale quello di sostenere le popolazioni indigene in caso di disastri naturali. Spesso si impegnano a portare donazioni e sistemi di purificazione dell’acqua nel caso in cui interi villaggi siano affetti colpiti da tifoni o frane. 

Nessuno si sposta

Per potervi spiegare meglio come opera Alay Kapwa, ho intervistato telefonicamente la mia collega e amica Regina Agum-dang, che coordina questo progetto a livello del Vicariato.
Quali sono le linee guida per questo periodo di crisi? Regina mi ha risposto che le direttive sono state molto chiare: non spostarsi. A tutti i collaboratori Alay Kapwa a livello nazionale è stato suggerito di iniziare con il monitoraggio della situazione locale durante il lockdown, cercando di capire se nelle proprie province, nel nostro caso Ifugao e Mountain Province, vi potrebbe essere il rischio di mancanza di riso e altri alimenti fondamentali per la popolazione locale.
Regina spiega anche che la natura del loro lavoro li ha spinti a diventare molto creativi durante i momenti calmi, in assenza di crisi. Ridendo mi dice: «Non stiamo ad aspettare che succeda la prossima catastrofe, però dobbiamo essere pronti a rispondere quando ve n’è bisogno, soprattutto per quanto riguarda il lato finanziario». Nei momenti di quiete quindi, Regina è abbastanza libera di decidere come occuparsi di sensibilizzazione e raccolta fondi. Di natura molto creativa, ha deciso di unire le due cose dando vita a prodotti semplici, utilizzando il più possibile materiali riciclati o naturali, per mostrare alle popolazioni indigene che anche con poco si può ottenere qualcosa di bello e utile, anche per sensibilizzare sul problema dei rifiuti. 

L’orticello urbano di Regina, a dimostrazione che si può fare tanto a partire da materiale riciclato © Sara Imperatori
L’orticello urbano di Regina, a dimostrazione che si può fare tanto a partire da materiale riciclato © Sara Imperatori

Solidarietà locale e rischi di contagio limitati

Durante la nostra chiacchierata, Regina mi ha anche aggiornata sulla situazione locale. Mi ha raccontato che vi sono varie reti locali solidali che hanno iniziato a distribuire verdure e riso, dai luoghi che hanno scorte a zone circostanti dove sanno che la produzione non è sufficiente, in modo da evitare una catastrofe nella catastrofe lasciando le persone senza i beni primari necessari. Mi ha inoltre spiegato che anche a Bontoc, i contadini che ancora hanno campi da riso, stanno continuando con la loro vita di sempre, in quanto sarebbe un disastro se il riso già piantato fosse lasciato marcire. 

I rischi di infezione sono comunque molto bassi in quanto il raccolto viene effettuato in piccoli gruppetti appartenenti alla stessa comunità. Questa è un’usanza antica che si può osservare ancora oggi. Il motivo di ciò è che il lavoro di semina e raccolto è molto intenso e quasi impossibile da effettuare in un unico nucleo familiare. Organizzandosi a livello comunitario, i diversi campi vengono seminati uno dopo l’altro, così che anche la raccolta non deve essere effettuata tutta in una volta, e il lavoro viene suddiviso su un tempo più lungo, ma in quantità fattibili con l’aiuto della comunità. Siccome queste piccole comunità sono formate da persone che per lo più fanno una vita semplice e si spostano minimamente, la possibilità che siano state affette dal virus è quasi nulla. 

Che ci sia una lezione da imparare
sul modo di vivere che ancora si può osservare
in luoghi remoti del nostro pianeta?

 

Un esempio virtuoso: Erica Gumiran

Nelle Filippine, i giovani che non completano l’itinerario scolastico dell’obbligo, che qui va fino alla maturità, vengono chiamati OSY (Out-of-School Youth, giovani usciti da scuola), un termine con una chiara connotazione negativa, in quanto spesso questi giovani vengono associati alla criminalità o alla malavita: l’idea è che se non sono a scuola, cosa fanno?

La mia conoscenza del fenomeno non mi permette di fare riflessioni basate su dati affidabili, però personalmente ho notato che non è sempre vero che coloro che lasciano la scuola prematuramente diventano criminali. E oggi voglio parlarvi di uno di questi casi: Erica Gumiran è proprio un esempio di questa gioventù intraprendente e un po’ ribelle, che ha deciso di fare a modo suo. Erica non è stupida. Tutt’altro, probabilmente è troppo intelligente per poter essere accolta e seguita da un sistema scolastico sovraccarico che cerca di dare conoscenze di base alle masse. A 19 anni, questa giovane è proprietaria di un ristorante che in breve tempo è diventato un luogo di ritrovo per gli abitanti di Alista, una municipalità della provincia Ifugao. 
Avevo conosciuto Erica durante una delle formazioni fatte per giovani leader, perché a lei era stato assegnato il compito di organizzare i giovani della sua parrocchia. Mi aveva subito incuriosita la sua intraprendenza e sicurezza di sé (atipica in questo contesto), e durante un pomeriggio passato insieme, ho avuto l’opportunità di capire di che pasta era fatta. Si direbbe che Erica sia nata venditrice. A sedici anni aveva iniziato a vendere semplici prodotti di bellezza sulla sua pagina Facebook e su una piattaforma locale organizzata da un suo conoscente. Il successo di questo suo negozietto online aveva confermato che Erica ha il dono di percepire ciò che vuole la gente. Sa trovare le lacune nel mercato e così riesce a stabilirsi nella nicchia che più le si addice.

Erica nel suo locale appena rinnovato, prima del lockdown © Sara Imperatori
Erica nel suo locale appena rinnovato, prima del lockdown © Sara Imperatori

Dopo l’esperienza online, la giovane imprenditrice era riuscita a racimolare abbastanza risparmi per lasciare la scuola e iniziare la sua attività in proprio. Il piccolo ristorante di Erica, E&B (Eat and Bond, ovvero “mangia e crea legami”), ha visto un successo immediato. La giovane è riuscita a trovare nuovamente la sua nicchia: si specializza in pietanze filippine e asiatiche con dei leggeri cambiamenti dalle ricette originali, così che anche i più conservatori tra i suoi clienti riescono ad apprezzare il suo cibo e vengono invogliati a uscire di casa per assaporarlo. 

E si capisce che questa giovane ha la testa sulle spalle e sa vedere a lungo termine, una qualità questa che sicuramente la contraddistingue da molti dei suoi connazionali. 
Il suo prossimo passo sarà vendere il ristorante, che a causa del luogo in cui si trova non ha la possibilità di espansione, per aprirne uno nuovo, più grande, dove potrà accogliere eventi come matrimoni e riunioni famigliari. Mi ha anche svelato che il motivo per cui vuole vendere è che pensa che ci saranno presto lavori di costruzione per l’allargamento della strada dove si trova ora il suo ristorante, e pensa che la sua e le altre piccole attività circostanti dovrebbero poter chiudere. Un rischio che lei non vuole prendersi.
Durante questo periodo di lockdown, il ristorante di Erica ha dovuto chiudere. Probabilmente questo influirà sulla possibilità immediata di vendere il ristorante, ma sono sicura che Erica avrà già pensato a come raggirare il problema e starà già facendo piani per il futuro.

Cooperante in lockdown

Siccome ho iniziato con il Coronavirus, mi permetto di terminare sullo stesso tema, anche per tranquillizzare chi magari si era preoccupato. Questo è un momento che ci sta testando tutti, senza eccezione. Per noi cooperanti una situazione di questo tipo ha delle ripercussioni che magari non toccano chi si trova più vicino ai suoi cari e nel primo mondo, come per esempio la solitudine e le insicurezze rispetto al sistema sanitario locale e sull’approvvigionamento di beni primari. Però, in un certo senso, la globalità di questa crisi ci ha quasi portato alla stessa situazione di coloro che non si sono spostati da casa. Anche in Svizzera c’è chi sta passando il lockdown da solo, e anche lì ci sono ormai incertezze sul sistema sanitario. E devo dire che, in un certo senso, ho avuto la possibilità di preparami di più a questa crisi. Negli ultimi due anni e mezzo, ho dovuto imparare a fare il conto con la solitudine e con il significato di una vita semplice. Mi sento pertanto abbastanza preparata e tranquilla nell’affrontare la quarantena che ci è stata imposta, nonostante la tristezza di vedere il duro lavoro degli ultimi due anni e mezzo fermo a tal punto che temo non riuscirò a vederne i risultati personalmente. 

Le prime due settimane di quarantena devo ammettere di essere stata un po’ scombussolata e non aver proprio dormito sonni tranquilli, però ora mi sento al sicuro e non troppo preoccupata per il futuro. Questo magari grazie all’attitudine della gente locale, che da sempre è abituata a fare i conti con disastri naturali e incertezze sul futuro. Così tanto che nonostante i problemi, anche ora le paure e le frustrazioni dei miei vicini mi vengono raccontate con il sorriso sul volto e una tranquillità che non porta ad angosciarsi. 

Mi sento fortunata

Da questo lato, mi sento molto fortunata a trovarmi qui e sapere che vi è una grande saggezza, se la si può chiamare così, nel modo di reagire di questa popolazione rurale. Dall’altro lato, devo anche ringraziare enormemente gli amici e i familiari che mi hanno saputa ascoltare. La mia speranza è che anche voi abbiate sentito la mia vicinanza e la mia volontà di aiutare. Ci sono tante belle lezioni da imparare da questa pandemia, e spero che l’umanità saprà davvero accogliere questi insegnamenti. Anche se con il passare del tempo questa situazione di crisi inizia davvero a pesare, io cerco di vedere il futuro con una patina positiva sugli occhi: per tutti i mali del mondo, ci sono altrettante cose buone. Se anche i governi sapranno supportare i piccoli movimenti di persone che vogliono cambiare il modo di vivere per essere più collegati con la natura e le persone che ci circondano, saremo a metà strada verso la guarigione di queste società disfunzionali che abbiamo creato. Io, la maggior parte dei giorni, mi sento fiduciosa. C’è luce alla fine del tunnel. Lasciamoci guidare.

E voi, riuscite a vedere anche gli effetti positivi della crisi del Coronavirus?
Fatecelo sapere nei commenti!

Di Sara Imperatori | 29 aprile 2020 | Filippine

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Sara Imperatori

insegnante di lingue

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Sara Imperatori, insegnante di lingue, appoggia il Vicariato Apostolico di Bontoc-Lagawe, il cui scopo è di rispondere ai bisogni sociali e spirituali dei suoi membri. Sara si occupa in particolare della formazione, dell'organizzazione e della comunicazione verso l'esterno.

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